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A PROPOSITO DELLA LETTERA ENCICLICA "VERITATIS SPLENDOR" DI GIOVANNI PAOLO II

Di Roberto POLITO

 

Ebbi occasione di venirne a conoscenza nel Meic e di meditarla con gli altri e soprattutto con Franco Bono, felice memoria, allora presidente ed animatore del movimento. Tale esperienza esaltante mi ha fatto maturare molto nella fede e nel discernimento. E’ un’enciclica rivolta ai vescovi e di non facile lettura. Lo studio che abbiamo fatto è stato laborioso ma entusiasmante. Nonostante fosse rivolta ai Pastori, l’ho trovata, in gran parte utile e preziosa, anche per tutto il popolo di Dio. Perché il lavoro fatto non andasse perduto e per il desiderio di condividere coi fratelli questo dono bellissimo, l’ho ripresa in mano e l’ho riletta, riassumendola e meditando sulle parti più interessanti e significative. Scrivo oggi questo mio commento (accanto a una sintesi), e non l’ho fatto prima, anche perché ritengo che essa sia propedeutica per uno studio rigoroso dell’ultima lettera enciclica di Giovanni Paolo II "Fides et ratio". Ho cercato di non essere banale e di cogliere la sostanza della lettera, tralasciando le ripetizioni, anche se utilissime nel contesto di lettura dell’enciclica. Perdonatemi per le inevitabili lacune, è la prima volta che mi cimento con una enciclica papale; e questa è di portata veramente eccezionale. Spero che quanto scrivo possa invogliare chi legge a studiarsi l’enciclica papale, tuttavia se ciò non potrà verificarsi, mi basterà che i miei pochi lettori arrivino alla fine di questo lavoro, compreso il riassunto della lettera, senza annoiarsi e con qualche profitto. In essa vi sono i principi fondamentali su cui si basa la morale cristiana. Lo stile che il S.P. (Santo Padre) usa è estremamente analitico e scientifico, tutte le asserzioni sono suffragate dal rimando innanzitutto biblico, ma anche a documenti conciliari, ad altre encicliche, a filosofi cristiani (specie S. Agostino e S. Tommaso) e ad altro materiale ecclesiale. Il metodo costantemente usato è quello di partire da un brano biblico, compararlo con altri simili e, con l’ausilio di autori e opere autorevoli della Chiesa, esplicitare in maniera molto meticolosa e sapienziale il loro significato, in rapporto all’insegnamento che ci vuol dare. Con autorità e determinazione, il S.P. riafferma la validità della dottrina morale tradizionale e come l’etica e la morale non possono essere disgiunti, poiché sia la legge naturale che la Rivelazione vengono da Dio. Rigetta le tesi di teologi che, in base a concetti sbagliati di libertà, giustificano anche atti di per sé immorali. Afferma che il male è sempre male e il bene sempre bene, poiché un atto è in sé buono o cattivo. Dato che non sempre è facile discernere, consiglia, nell’agire morale, valutare se l’atto è ordinabile o meno a Dio. Ricorda come, nella nostra pochezza, nulla possiamo fare di buono se non ci lasciamo guidare dallo Spirito Santo. Invita tutto il popolo di Dio ad evangelizzare, oltre che con l’annuncio anche con la proposta morale, incarnata nella nostra condotta morale.

 

SINTESI

 

La lettera enciclica, rivolta ai pastori della Chiesa, si compone di un’introduzione, di tre capitoli e della conclusione. L’introduzione comprende 5 paragrafi. Ogni capitolo ha per titolo un versetto biblico; il primo è suddiviso in gruppi di paragrafi (in tutto 27 par.)ognuno dei quali ha per titolo un versetto biblico; il secondo è suddiviso in quattro parti, ognuna delle quali in gruppi di paragrafi (in tutto 43 par.) che hanno per titolo un versetto biblico; il terzo di 34 par. ha la stessa suddivisione a gruppi del primo. La conclusione si compone di 3 paragrafi. Il capitolo che più ci ha affascinato e sul quale ci soffermeremo di più è il secondo. Nell’INTRODUZIONE, dopo avere precisato che Gesù è la vera Luce e che solo nella Luce può esercitarsi la libertà, constatando come oggi vi siano "dubbi e obiezioni sugli insegnamenti morali della Chiesa", afferma la necessità di riflettere su di essi.

La parabola del giovane ricco, con cui apre il primo capitolo, permette di "raccogliere i contenuti essenziali della Rivelazione dell’Antico e del Nuovo Testamento, circa l’agire morale". La domanda del giovane ricco è quella di ogni uomo che aspira alla pienezza della vita. Perché in ogni uomo c’è la ricerca del Bene Assoluto. Gesù indica il Bene in Dio "Nessuno è buono, se non Dio solo" ( Mc 10,18 – Lc 18,19) e Dio, con la Sua infinita bontà, ci ha ordinati a Lui con la legge naturale iscritta nel nostro cuore. Per la salvezza vengono ribaditi i comandamenti, legati nell’Alleanza Antica alla terra promessa e nell’Alleanza Nuova al Regno dei Cieli.

L’esame comparato del brano del giovane ricco, con quello del dottore della legge e del discorso della montagna c’insegna come il comandamento principale sia quello dell’amore verso il prossimo e quindi verso Dio, come la legge dell’Antica Alleanza sia fatta propria dalla Nuova ed interiorizzata.

La risposta non soddisfa il giovane e Gesù risponde indicando la strada della perfezione che il Papa, con la sua attenta analisi comparata, individua nella maturazione e nella crescita morale. Afferma che la crescita morale e la libertà vanno di pari passo. Il giovane si arrende (e nessuno di noi ce la farebbe mai); ma il Papa fa notare come "Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile" ( Mt 19,21 ). Solo col dono di Dio ( lo Spirito ) possiamo perfezionarci.

Col SECONDO CAPITOLO si entra nel pieno dell’insegnamento. La riflessione morale della Chiesa s’è sviluppata nella teologia morale, di ciò che è bene e di ciò che è male sia negli atti che per la persona; in tanto è teologia in quanto riconosce in Cristo il principio e il fine dell’agire morale. Il Papa richiama gli errori e le lacune dell’insegnamento morale della Chiesa e dà i principi necessari per discernerli, sempre alla luce di un’accurata testimonianza biblica e dottrinaria. Il problema più dibattuto, sul quale s’innestano gran parte dei problemi oggi più discussi, è quello della libertà dell’uomo. Delle correnti del pensiero moderno hanno assolutizzato il concetto di libertà, sganciandolo da quello di verità, per poi magari paradossalmente negargli, a causa dei condizionamenti esterni, ogni realtà. Il S.P. cita degli atti del Conc. Ec. Vat.II in cui si afferma che "L’uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà" e che solo la ricerca della verità può farci liberi ( "Conoscerete la verità , e la verità vi farà liberi" Gv 8,32 ).

Pur se assolutamente libero nel giardino, la libertà dell’uomo s’arresta dinanzi "all’albero della conoscenza del bene e del male" ( Gn 2, 16-17 ) : "il potere di decidere del bene e del male non appartiene all’uomo ma a Dio solo". Nel desiderio di porre un fondante comune all’agire morale, si ritrovano in alcuni ambiti del pensiero cattolico delle istanze positive, che teorizzano una completa sovranità della ragione da porre alla base dell’ordinamento morale della società. Ciò porta erroneamente alla negazione di Dio come autore della legge morale. Altri teologi negano l’esistenza, nella rivelazione divina, di un contenuto morale specifico, universalmente valido. A queste affermazioni erronee il S.P. col valido metodo analitico – comparato contrappone il giusto pensiero della Chiesa.

Se è vero che Dio volle lasciare l’uomo "in mano al suo consiglio" (Sir 15,14) è anche vero che "dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti" (Gn 2,17). La legge morale è fissata da Dio e solo da Lui, da essa deriva la ragione naturale e diviene legge propria dell'uomo. Obbedire alla legge divina significa seguire la propria natura, che è la stessa legge eterna. Non esiste un Dio che si rivela e un Dio che crea la natura, ma un solo Dio il cui disegno sapiente e amoroso è unico e predestina gli uomini "ad essere conformi all’immagine del Figlio suo" (Rm 8,29).

Delle erronee correnti di pensiero dissociano il corpo dall’anima e applicano la legge morale solo all’anima; ciò crea una morale molto formale ed è contraria alla dottrina cristiana che considera la persona un tutt’uno inscindibile d’anima e di corpo. La legge naturale, essendo iscritta nel nostro cuore, è immutabile ed universale. La coscienza morale vive nel nostro cuore ed è data dal rapporto tra la libertà dell’uomo e la legge di Dio, il Conc. Vat. II la chiama Sacrario dell’uomo. Secondo S. Paolo essa pone l’uomo di fronte alla legge, divenendo per esso testimone. Il giudizio della coscienza è un giudizio pratico o immediato, esso si rifà alla legge morale. La coscienza può essere erronea, in buona fede o in cattiva fede. Per avere una buona coscienza bisogna cercare la verità e giudicare secondo essa e dev’essere pura, illuminata dallo Spirito Santo. Accanto agli atti quotidiani e concreti della nostra vita vi è un’opzione fondamentale che per l’uomo è la ricerca del Bene; la scelta fondamentale viene confermata nelle scelte particolari orientate deliberatamente alla volontà, alla sapienza e alla legge di Dio. Alcuni teologi affermano che il peccato mortale si verificherebbe solo nel rifiuto di Dio che interessa tutta la persona e riguarda l’opzione fondamentale, mentre non interessa la materia dell’atto. A questa visione annacquata il S.P. contrappone il concetto tradizionale :"E’ peccato mortale quell’atto, per il quale un uomo, con libertà e consapevolezza, rifiuta Dio, la sua legge, l’alleanza d’amore che Dio gli propone, preferendo volgersi a se stesso, a qualche realtà creata e finita, a qualcosa di contrario al volere divino. Il che può avvenire in modo diretto e formale, come nei peccati di idolatria, di apostasia, di ateismo; o in modo equivalente, come in tutte le disubbidienze ai comandamenti di Dio in materia grave." Riafferma, inoltre, la validità della distinzione tra peccati mortali e veniali, essendo i primi un atto di rifiuto volontario e consapevole del precetto divino.

Col par. 71 ( il primo della quarta parte del secondo cap.), a nostro parere, il S.P. entra nel cuore della tematica, in esso inizia la trattazione dell’atto morale. Afferma che solo le opere possono salvarci ed esse nascono nella coscienza morale. Le opere buone e libere non solo incidono cangiando in meglio la realtà che è fuori di noi ma maturano in positivo noi stessi, creandosi così un circolo virtuoso. Dio si fa conoscere sia attraverso la legge naturale che attraverso la rivelazione. L’agire è morale quando vi è una ordinabilità volontaria dei nostri atti verso Dio, Bene Supremo e ultimo. L’agire non può essere considerato moralmente buono solo perché è funzionale al raggiungimento di uno scopo ma lo è soltanto se esso è razionalmente e liberamente ordinato al raggiungimento del fine ultimo: se la scelta contingente, immediata, che noi facciamo è in contrasto col fine ultimo che cerchiamo, essa è moralmente sbagliata. Ma cosa ci assicura l’ordinazione del nostro atto al Bene? Il S.P. si pone degli interrogativi:

L’intenzione del soggetto ?

Le circostanze?

L’oggetto ?

Il problema affrontato è quello delle cosiddette "Fonti della moralità". Secondo alcune teorie etiche dette teleologiche, la giustezza di un’azione è determinata dalla ponderazione di beni non morali o premorali e dai rispettivi beni non morali o premorali da rispettare. L’atteggiamento giusto è quello che massimizza i beni e minimizza i mali. Essi cercano di trovare una risposta razionale alla morale, in quanto stabilita dalla legge naturale, comprensibile alla mente umana. Ciò permette il dialogo con i non credenti, specie nelle società pluralistiche. Lo sforzo d’elaborazione d’una morale razionale ( Morale autonoma) può portare a soluzioni sbagliate; ciò perché spesso si perde il fine ultimo dell’agire morale. Essenzialmente gli atteggiamenti sbagliati sono:

Non si dà importanza alla volontà che opera le scelte. Ma queste, dice il S.P., acquistano dignità morale solo se rispecchiano una coscienza buona che ordina gli atti al fine ultimo.

Si dà importanza alla libera scelta ma manca un riferimento oggettivo. Pertanto, dice il S.P., la volontà non è moralmente sottomessa, né tenuta ad osservare certe leggi, anche se responsabile dei propri atti. Il metodo di questa corrente di pensiero è il teleologismo che è insieme consequensialismo e proporzionalismo. Per il primo il bene da ricercare è quello che determina le conseguenze migliori, per il secondo è quello che dà il massimo dei beni, il maggior bene e il minor male possibile. Secondo tali teorie, pur riconoscendo che i valori morali sono indicati dalla ragione e dalla rivelazione, non vi sono dei valori che sono sempre positivi e dei valori sempre negativi: il giudizio morale può variare a seconda del tempo e delle circostanze (relativismo).Pertanto nell’atteggiamento umano si determina un duplice aspetto; da un lato l’amore per Dio, per il prossimo ecc. (di ordine morale), dall’altro lato di ordine pre-morale o non morale (detto anche fisico o ontico) in base ai vantaggi arrecati (salute, vita, morte, perdita di beni ecc.): Quindi il giudizio sull’azione diviene anch’esso duplice: quello morale riferito all’intenzione e ai beni morali, quello della sua giustezza riferito alle conseguenze materiali. Così può succedere che può essere considerato come giusto un atto che è in contraddizione con una norma universale: perché l’intenzione dell’agente è buona e ritiene che in quella circostanza bisogna agire in quel dato modo. La giustezza dei nostri atti andrebbe decisa dalla ponderazione dei pro e dei contro, quindi sarebbe d’ordine premorale, mentre la bontà andrebbe giudicata dalla nostra fedeltà ai più alti principi di carità e di prudenza. Essi nel concreto, anche in scelte molto importanti (vd mafia, politica) sono relativi e suscettibili di variazioni. Pertanto , ad un certo punto, il non osservare nella nostra vita quotidiana i precetti potrebbe non essere considerato illecito. Anche se queste teorie possono apparire a prima vista giuste, esse sbagliano quando considerano moralmente giuste delle azioni che sono contrarie ai comandamenti (questo perché esse valutano col metro del consequensialismo e/o del proporzionalismo e non sulla base dell’ordinabilità al conseguimento del Bene Assoluto.). Nella lettera ai Romani (12, 8-10) S. Paolo ricapitola nell’amore del prossimo il compimento della legge, in essa non attenua ma accentua l’osservanza dei comandamenti. Siffatte teorie vengono giustificate con la pretesa che l’agire morale sia determinato dall’intenzione e dalle conseguenze. Esse non tengono conto della necessità, nella valutazione morale di un’azione, che ad essa si guardi come ad un’azione intrinsecamente morale, giusta o sbagliata in se stessa. D’altra parte come possiamo noi uomini (che abbiamo una vista limitata) conoscere tutte le conseguenze, buone o cattive che siano, che possono derivare da una nostra azione ?

E’ giusto affermare con S. Agostino che l’agire morale è tale quando oltre alla buona intenzione c’è’ anche la buona volontà, che ordina quell’atto al conseguimento del bene supremo. Spesso si guarda alla moralità di un atto come a un qualcosa che dà un bene immediato, così non è, come afferma S. Agostino e il Catechismo. La buona intenzione non basta, l’atto è buono (torna a ripetere il S.P.) solo se è ordinabile al Bene. Esso viene ordinato a Lui tramite la Carità (introdotto un nuovo concetto).

E’ da respingere, quindi, la tesi che l’atto morale non debba essere considerato intrinsecamante buono o cattivo, ma dipende dall’intenzione.

Il S.P. non si stanca di ripetere in continuazione che il punto di riferimento valutativo deve essere la sua ordinabilità al bene supremo e quindi ai comandamenti, che sec, S. Tommaso contengono tutta la legge morale. Paolo VI c’insegna che, anche se spesso tra più mali, dovendo scegliere, si sceglie il minore, non è mai ammissibile scegliere il male perché riteniamo che ne derivi il bene; un atto cattivo è di per sé intrinsecamente cattivo. San Paolo a proposito di quanto detto è molto categorico ( 1 Cor. 6,9-10 ).Il Papa conclude il ragionamento ricordando ai vescovi che non basta ammonire ed ammaestrare i fratelli con le parole, ma è necessario farlo con spirito di carità e con le "nostre azioni" (le parole non bastano). Ciò può avvenire solo col dono dello Spirito Santo.

Nel terzo capitolo il S.P. , dopo avere ribadito l’inscindibilità del trinomio Libertà – Bene – Verità e come la Croce sia la risposta al dubbio di come la legge possa abbinarsi alla libertà, invita a guardare la libertà come suggello dell’amore e del dono di sé. La verità e la libertà non vanno separate, così come non vanno separate fede e morale, le teorie teleologiche (consequezialiste e proporzionaliste) vanno decisamente rigettate. A supporto della condanna di tali teorie, il S.P. ricorda la grandezza dei martiri , pronti a morire pur di non tradire la loro fede; ricorda dall’A.T. Susanna e dal N.T. Giovanni Battista, Stefano, Giacomo e tutti i Cristiani perseguitati dall’imperatore. Da taluni, afferma il S.P. , viene detto che la Chiesa deve essere più tollerante, ma per i motivi già detti la Chiesa non può cambiare le leggi di Dio e deve dire che è male il male e bene il bene, la verità è inscindibile dalla libertà. Ricorda come alla base del malessere sociale, economico, politico, stia un decadimento del senso morale.

Anche se talora può sembrare impossibile, i comandamenti si possono e si debbono rispettare. La Grazia scaturita dal costato di Cristo ci aiuta in ciò. Con la Redenzione Dio ci ha redenti, se l’uomo pecca ciò non dipende dall’imperfezione della Redenzione ma dalla volontà umana. L’uomo che pecca deve appellarsi alla Misericordia come il pubblicano della parabola ( Lc 18, 9 – 14 ). L’evangelizzazione spetta a tutti i Cristiani. Oltre alla fede va annunciata la proposta morale. Ciò soprattutto nella nostra società, sempre più scristianizzata, in cui si osserva "un oscuramento del senso morale". Prima che con l’annuncio verbale, la proposta va fatta con l’esempio e con la vita santa. L’energia ci viene dall’esempio dei santi e dalla pratica dell’Eucarestia; ma soprattutto, per la nostra pochezza, è indispensabile l’aiuto dello Spirito Santo. Il S.P. a questo punto si rivolge esclusivamente ai teologi moralisti e poi ai pastori, ribadendo i principi già espressi ed esortandoli a non perdere di vista, nel loro servizio, la figura di Cristo e la dimensione spirituale. Con la conclusione il S.P. eleva l’invocazione alla Madonna, Madre di Misericordia, a Colei che ha ricevuto in affidamento, da Gesù sulla croce, la Chiesa e l’intera umanità.

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