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     matrimonio | 1 | 2 |

La nostra gente celebrava il matrimonio in modo molto sfarzoso. In certe località, il giorno della cerimonia nuziale le amiche andavano in casa della sposa di primo mattino e l'accompagnavano in chiesa dove, tutte insieme, prendevano la comunione. Ritornata a casa, la sposa riceveva la visita della suocera, che le portava in dono un grande piatto di "stigghhjòla" (deriv. da *extilia, da exta "intestini").
     Anche il fidanzato e i suoi amici andavano in chiesa a prendere la comunione e, fatto ritorno a casa, era tradizione consumassero anch'essi le "stigghjòla", cioè gli intestini degli animali uccisi per il pranzo.
Si perpetuava così il rito greco della consumazione degli intestini degli animali, che venivano sacrificati sull'altare della divinità. [Così Omero ricorda la consumazione dei visceri degli animali sacrificati alla divinità: "I visceri li arrostirono tutti, libando con acqua. / E quandoi cosci furono arsi e mangiarono i visceri / . . . ."] (Odissea, XII, 363-64).
     Poichè al matrimonio partecipava quasi tutta la popolazione del paese, questo solitamente si celebrava di domenica. La cerimonia religiosa presso le persone benestanti avveniva quasi sempre in casa della sposa, dove si recava il sacerdote celebrante. Quella delle classi meno agiate in chiesa, dove si recavano gli sposi accompagnati dai genitori e seguiti da un gran corteo di persone.
All'uscita di chiesa, sugli sposi venivano lanciati riso, confetti e monetine per augurare loro felicità e prosperità.  Il lancio di confetti e monetine veniva ripetuto varie volte lungo il percorso di ritorno verso la casa della sposa a vantaggio dei bambini, che si ponevano ai lati del corteo, per accaparrarsi quanto veniva loro lanciato.
   

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